Reti ecologiche: l’Italia che ricuce il territorio e la sfida della Sicilia


Ci sono mappe che non servono solo a disegnare confini, ma a ricucire relazioni. Le reti ecologiche appartengono a questa seconda categoria: non sono semplici linee su una carta, ma fili invisibili che tengono insieme vita, paesaggio, comunità e futuro.

Con Il Rapporto 2025 dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), pubblicato pochi giorni fa, l’Italia si guarda allo specchio e si chiede quanto sia pronta a proteggere davvero il proprio patrimonio naturale. Il verdetto è chiaro: passi avanti importanti, ma anche molte ombre. E una consapevolezza nuova — in piena sintonia con la Laudato Si’ di Papa Francesco — che custodire il creato significa ripensare il modo in cui pianifichiamo i nostri territori.

Oltre le “isole” della natura

Per troppo tempo le aree protette sono state concepite come preziosi scrigni separati dal resto del territorio: parchi, riserve, siti Natura 2000, bellissimi ma isolati. Il Rapporto ISPRA mette in discussione questa visione e propone un cambio di paradigma: non più isole, ma arcipelaghi connessi.

Le reti ecologiche nascono proprio per questo: creare corridoi verdi che permettano a specie animali e vegetali di spostarsi, adattarsi, sopravvivere ai cambiamenti climatici. Non è solo una questione di biodiversità, ma di equilibrio del territorio e, in ultima analisi, di qualità della vita delle comunità umane.

L’indagine condotta dall’ISPRA mostra un’Italia a più velocità. Alcune Regioni hanno fatto della rete ecologica un asse portante della propria pianificazione; altre sono ancora in una fase embrionale. Quasi ovunque esistono “nodi” centrali — le aree più pregiate — e corridoi di collegamento, ma mancano spesso zone cuscinetto e aree di ripristino, quelle che potrebbero trasformare ferite ambientali in nuovi spazi di vita.

Dietro queste scelte ci sono anche i soldi: l’85% dei finanziamenti arriva dall’Europa. Un segnale chiaro che la transizione ecologica, in Italia, passa soprattutto da Bruxelles.

La Sicilia: un laboratorio mediterraneo

Dentro questo quadro, la Sicilia emerge come un caso affascinante e complesso. La Rete Ecologica Siciliana (RES) non è ancora un unico strumento di legge compiuto, ma è un progetto in cammino, nato nei primi anni Duemila con i fondi europei e cresciuto nel tempo.

Qui la rete non è pensata solo per proteggere la natura, ma per tenere insieme ambiente, economia e comunità locali. Un’idea molto vicina all’ecologia integrale della Laudato Si’: custodire i boschi, le coste, i fiumi significa anche tutelare il lavoro agricolo, il turismo sostenibile, le tradizioni e le identità dei territori.

Il cuore della RES sono i parchi, le riserve e i siti Natura 2000 — circa un quinto dell’intera isola. Attorno a questi nodi si sviluppano corridoi ecologici, aree cuscinetto e “punti di appoggio” per la fauna, come un sistema di strade verdi che attraversa l’isola.

E oggi la Sicilia sta facendo un salto di qualità importante: la mappa della rete ecologica verrà ridisegnata con una precisione molto maggiore, passando alla scala 1:10.000. Non è un dettaglio burocratico, ma un passo decisivo per rendere la rete davvero operativa dentro il Piano Territoriale Regionale.

Chi paga per salvare la natura?

Dietro le belle parole ci sono scelte concrete — e risorse economiche. Qui entra in gioco il PAF 2021-2027, il grande piano che coordina i fondi europei per la biodiversità in Sicilia.

Grazie a questo strumento, la Regione finanzia: il ripristino di habitat degradati, la protezione dei corridoi ecologici, il monitoraggio delle specie e degli ecosistemi e l’aggiornamento della cartografia della rete. Non si tratta solo di “conservare”, ma di rigenerare, restituendo respiro a territori fragili.

Le domande che restano aperte

Il Rapporto ISPRA non nasconde le criticità. Tre, soprattutto, pesano sul futuro delle reti ecologiche: troppe competenze divise: ambiente da una parte, urbanistica dall’altra  che dialogano poco; confini che non hanno senso per la natura: gli animali non conoscono i limiti amministrativi, ma le politiche spesso sì; l’ombra delle isole. Finché penseremo alle aree protette come mondi separati, la rete resterà incompleta.

Una sfida che riguarda tutti

Le reti ecologiche non sono un tema per soli addetti ai lavori. Riguardano il modo in cui abitiamo il territorio, produciamo cibo, costruiamo infrastrutture, proteggiamo il paesaggio che abbiamo ereditato.

Come ricorda la Laudato Si’, tutto è connesso. Le reti ecologiche sono la traduzione concreta di questa verità: un tentativo di ricucire il rapporto tra uomo e natura, tra sviluppo e custodia, tra presente e futuro.

Il Rapporto ISPRA non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. Ora spetta alle Regioni — e quindi anche alla Sicilia — trasformare le mappe in azioni, i corridoi in realtà, le promesse in cambiamento. Perché un territorio che respira è un territorio che vive.

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