Manca poco all’inaugurazione del XXXIX Festival Organistico di San Martino delle Scale in programma dal 18 luglio al 9 agosto. Per l’occasione, in esclusiva per Dusmet News abbiamo intervistato il direttore artistico del Festival, il maestro Giovanni Battista Vaglica, che ci racconta l’espansione della manifestazione a Monreale, l’oratorio di Rahme Kalil e il futuro della musica sacra. “Non ci serve una liturgia che sia solo archeologia: serve una memoria storica che reinterpreti l’agire quotidiano”.
Quasi quarant’anni di storia, sette concerti, prime esecuzioni assolute e artisti internazionali. Il XXXIX Festival Organistico di San Martino delle Scale è pronto a incantare l’estate siciliana, ma questa edizione ha qualcosa di diverso. Per la prima volta il Festival esce dalle mura dell’Abbazia benedettina per approdare alla Chiesa di San Vito a Monreale. Per la prima volta una Fondazione — la Dusmet — entra ufficialmente tra i partner. E per la prima volta un direttore artistico, il Maestro Giovan Battista Vaglica, apre una finestra così larga sul senso profondo di quello che accadrà tra quei muri.
Dusmet News ha incontrato il Maestro per un’intervista esclusiva.
Maestro Vaglica, quest’anno il Festival, di cui la Fondazione Dusmet è partner ufficiale, compie quasi quarant’anni e compie una scelta simbolica: per la prima volta esce da San Martino delle Scale per approdare alla Chiesa di San Vito a Monreale. Come interpreta questa espansione?
“Il Festival Organistico ha come tematica principale l’organo e la sua letteratura; questa è molto legata alla natura stessa dello strumento e alla sua dimensione storica e geografica. Bach, Franck, Liszt, come Vinci, Frescobaldi o Zipoli, scrivevano secondo le caratteristiche dello strumento che avevano davanti: questo rappresenta un elemento molto affascinante nell’interpretazione della letteratura per organo.”
Il Maestro parte dunque dalla tecnica, ma immediatamente sposta lo sguardo oltre. Delocalizzare il Festival e coinvolgere uno strumento storico fuori le mura della Basilica Abbaziale, spiega, nasce da un’esigenza doppia: da un lato, avvicinare il pubblico ai “suoni originali” propri degli strumenti antichi; dall’altro, sottolineare il senso di communitas tra la frazione e la città come unico territorio con una proposta culturale omogenea.
“L’occasione è data dalla ricorrenza del 400° anniversario dell’istituzione della Festa del SS. Crocifisso che si venera a Monreale. La bellezza e la spiritualità sono valori universali insiti nella letteratura musicale e chiunque ha l’aspettativa di percepirli nell’ascolto. Ma il programma che sarà eseguito nell’organo storico della chiesa di San Vito a Monreale ha un valore aggiunto: va oltre l’aspetto sacro, propone forme profane come il ballo e il tema e variazioni — il tema è quello della Follia di Spagna — e soddisfa la platea di ascoltatori che vuole sentire suonare sull’organo non esclusivamente la musica da chiesa, ma la musica libera da etichette.”
In altre parole, Vaglica non abbandona la tradizione: la allarga. L’organo non è più solo “sacro”, ma uno strumento che parla a tutti, attraverso contaminazioni tecnico-linguistiche che ne svelano l’anima più autentica. È una scelta che risponde a una domanda di bellezza universale, non riservata agli specialisti.

Nel cartellone figura l’oratorio San Francesco e il Sultano di Rahme Kalil. In un’epoca di muri — fisici e culturali — perché ha ritenuto indispensabile portare in una basilica benedettina siciliana un’opera che racconta un incontro di pace tra cristianesimo e islam?
La risposta del Maestro è immediata e profonda:
“Proprio perché l’avvenimento sarà la sintesi e l’esempio di un momento di pace e di unità: valori oggi più che mai attuali e ai quali tutti quanti aneliamo, a fronte di un mondo e una società che sembrano spesso andare nella direzione opposta.”
Vaglica racconta come l’opera sia arrivata tra le sue mani: “Quando l’amico Kalil mi ha proposto l’edizione di questa sua nuova fatica, ho riflettuto proprio sulla portata del messaggio di pace che poteva avere l’evento, che andava ben oltre il fatto musicale. E il luogo d’esecuzione, l’Abbazia di San Martino delle Scale, ove è vivo il messaggio di San Benedetto protettore dell’Europa, mi sembrava il completamento naturale di questo quadro.”
E poi la sintesi che chiude il cerchio:
“Tutti dobbiamo fare la nostra parte: Francesco dà la mano al Sultano, Benedetto ci esorta all’ascolto e all’accoglienza. Mi sembra una bella sintesi.”
In un Mediterraneo segnato da nuovi conflitti, portare un sacerdote maronita a comporre per un’abbazia benedettina siciliana non è solo un evento musicale. È un gesto politico, una dichiarazione di campo. E Vaglica lo sa.
Lei ha guidato la crescita di questa manifestazione dall’era pre-digitale all’affermazione internazionale. La Fondazione Dusmet — partner per la prima volta — si occupa di ecologia integrale, innovazione e sociale. Come immagina il futuro della musica sacra?
Qui il Maestro alza il tiro. La sua risposta non parla di repertorio, ma di antropologia.
“Oggi più che mai la società ha bisogno di momenti di riflessione e di pausa; così come nel linguaggio musicale, anche nella quotidianità, il fermarsi è momento di importante equilibrio. Muoversi, armonizzare, far coesistere elementi contrastanti e non agitarsi: è la regola del contrappunto.”
Il riferimento al contrappunto non è metaforico. È una chiave di lettura del mondo: la musica sacra, con la sua capacità di tenere insieme voci diverse senza sopraffarle, diventa modello di convivenza.
Ma Vaglica va oltre:
“Non ci serve oggi una liturgia che sia solo archeologia e ritualismo, ma una memoria storica che, come mistero, reinterpreti e vivifichi l’agire quotidiano, orienti verso sane scelte della persona che guarda sia il proprio microcosmo sia la macro-dimensione storica. A tal proposito non può passare inosservato il pensiero di Papa Francesco, che ci ha riportato tutti a un pensare e a un vivere sano, puro ed autentico con la valorizzazione del creato e della quotidianità.”
Ecco il nodo che lega il Festival alla missione della Fondazione Dusmet: la musica sacra come ecologia integrale della bellezza. Non ornamento del passato, ma scrigno di valori capaci di rigenerare il tessuto sociale.
“La musica sacra, in questa dimensione, può essere e diventare scrigno dove sono contenuti i valori di riferimento, strumenti con i quali l’uomo cerca di conoscere sempre più e meglio sé stesso, riconoscere le sue capacità ed il suo ruolo nella storia.”
Infine, il Maestro si rivolge alle nuove generazioni con una fiducia che suona quasi provocatoria:
“Come docente, ritengo che le nuove generazioni abbiano più sensibilità di quanto se ne possa loro attribuire; e sull’arte musicale essi hanno riposto tante aspettative rivolgendosi a lei come mezzo di riferimento e di sfogo. Il compito di chi organizza è quello di saper proporre gli eventi per trasformare la comunicazione in educazione.”
Non è un appello retorico. È un’indicazione operativa: il Festival deve parlare ai giovani non abbassando la qualità, ma alzando il senso. La comunicazione diventa educazione quando l’evento offre valori, non solo emozioni.