Ci sono episodi che superano la dimensione della cronaca e diventano ferite collettive. Gli spari contro la chiesa dello Zen, a Palermo, sono uno di questi. Non si tratta soltanto di un gesto violento o intimidatorio, ma di un segnale inquietante che colpisce direttamente il cuore di una delle periferie più fragili della città. Quando a essere preso di mira è un luogo di fede e di accoglienza, ciò che viene colpito è la speranza stessa di una comunità.
Nelle periferie urbane, una chiesa non è mai soltanto un edificio religioso. È uno spazio di relazione, un presidio educativo, un punto di riferimento per famiglie, giovani e anziani che spesso non hanno altri luoghi in cui sentirsi accolti. È un avamposto di umanità in contesti segnati da povertà, disagio sociale e assenza di opportunità. Per questo gli spari contro la chiesa dello Zen fanno così male: perché non colpiscono dei muri, ma una rete di legami costruita giorno dopo giorno.
Le parole dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, hanno restituito con chiarezza la gravità dell’accaduto, parlando di un attacco diretto alla speranza. Una speranza che, nei quartieri come lo Zen, non è un concetto astratto, ma una conquista quotidiana. È la possibilità di offrire ai più giovani un’alternativa alla rassegnazione, di sottrarre vite alla marginalità, di affermare che nessuno è condannato a restare ai margini per sempre. Ed è proprio questa speranza che diventa scomoda per chi vive di controllo e paura.
La storia di Palermo e della Sicilia insegna che quando la Chiesa sceglie di stare accanto agli ultimi, di educare, di promuovere coscienza critica, può diventare un ostacolo per chi preferisce il silenzio e l’immobilismo. È un paradosso che si ripete: la mitezza che disturba, la prossimità che rompe equilibri fondati sull’abbandono. Anche per questo gli spari contro una chiesa non possono essere minimizzati o archiviati come un episodio isolato.
Lo Zen, tuttavia, non è un’eccezione. È il volto di tante periferie siciliane in cui la povertà educativa continua a crescere. I dati sulla dispersione scolastica, tra i più alti d’Italia, raccontano una realtà drammatica: migliaia di giovani che interrompono precocemente il proprio percorso formativo, con conseguenze profonde sul loro futuro e su quello dell’intera società. In questo scenario, il lavoro quotidiano di parroci, insegnanti, volontari e associazioni rappresenta una risorsa preziosa, ma non può essere lasciato solo.
Gli spari contro la chiesa dello Zen sono un richiamo forte alla responsabilità collettiva. Chiedono una presenza costante delle istituzioni, non fatta di interventi emergenziali, ma di investimenti strutturali in scuola, cultura, servizi e lavoro. Chiedono una politica capace di guardare alle periferie come a luoghi di vita e non come problemi da contenere. Perché la sicurezza vera nasce dalla dignità, e la legalità si costruisce offrendo opportunità reali.
Quanto accaduto a Palermo non riguarda solo un quartiere. È una ferita che attraversa l’intera città e interpella la coscienza civile della Sicilia e del Paese. Le periferie non sono terre di nessuno, ma luoghi decisivi in cui si gioca il futuro comune. Difendere una chiesa colpita dagli spari significa difendere una comunità, un’idea di società più giusta, la possibilità di non rinunciare a nessuno.