Tre anni senza Biagio Conte: il coraggio silenzioso che parlava ai giovani anche nella malattia


A tre anni dalla sua morte, la testimonianza di Fratel Biagio Conte continua a interrogare le coscienze, soprattutto in un tempo attraversato da fragilità nuove e spesso invisibili. Missionario laico, fondatore a Palermo di una comunità che ha accolto in gratuità circa mille poveri, Fratel Biagio non ha mai smesso di essere padre, fratello e guida, nemmeno negli ultimi mesi segnati dalla malattia oncologica e dalla chemioterapia.

Il ricordo dell’ex portavoce Riccardo Rossi

Nel giorno del terzo anniversario della sua scomparsa, a restituire un ritratto intimo e potente è Riccardo Rossi, suo storico collaboratore ed ex portavoce, che ricorda un uomo capace di trasformare anche la sofferenza in occasione di cura per gli altri. In particolare per i giovani, ai quali Fratel Biagio dedicava un’attenzione speciale, lucida e sorprendentemente attuale.

“Nell’ultimo anno della sua vita, Fratel Biagio, missionario che ha fondato a Palermo una comunità dove ha accolto in gratuità circa 1000 poveri, mentre viveva la sua condizione di malato oncologico, ha incontrato centinaia di giovani e scout di tutte le parti d’Italia, a cui oltre a dare coraggio, dava attenzioni nell’uso della rete attraverso cui era possibile incappare in trappole subdole, dalla pornografia, ai giochi pericolosi, al satanismo”.

Parole che raccontano un Fratel Biagio profondamente immerso nel suo tempo, capace di cogliere i rischi nascosti dietro la normalità digitale, quando ancora il dibattito sull’educazione all’uso della rete non aveva l’urgenza di oggi. La sua non era una condanna, ma un invito alla vigilanza, alla libertà interiore, alla responsabilità. Un’educazione che nasceva dall’ascolto e dall’amore, non dalla paura.

Rossi ricorda come Fratel Biagio amasse profondamente i giovani e come, talvolta, confidasse loro anche la sua fatica: “ai quali qualche volta confidava il suo sconforto per la sua malattia e per la chemioterapia a cui si doveva sottoporre”. Una fragilità condivisa, mai esibita, che diventava forza proprio perché vissuta nella verità.

Una disponibilità radicale

Nonostante il dolore, Fratel Biagio restava costantemente aperto all’incontro. “Fratel Biagio durante la sua malattia incontrava tante persone – continua Riccardo Rossi – molte preoccupate per lui e chi gli chiedeva una parola di conforto; lui era sempre per tutti, anche se sofferente”. Era una disponibilità radicale, che non conosceva risparmio, neppure quando il corpo chiedeva tregua.

Curiosamente, per un uomo che aveva scelto l’essenzialità più rigorosa, l’uso del telefono diventò in quel periodo uno strumento di servizio. “Non aveva e non amava molto il telefono, non ne portava mai uno con sé, tanto meno nei suoi pellegrinaggi a piedi; ma in quel periodo lo utilizzava tanto per contattare diverse persone”. Lo faceva per coordinare i volontari della missione, per ascoltare sacerdoti e benefattori, ma anche per raggiungere chi era costretto a letto e non poteva incontrarlo di persona.

L’attenzione incondizionata ai poveri

Il cuore della sua attenzione restava però sempre lo stesso: i poveri. Anche nella malattia, Fratel Biagio si preoccupava che a nessuno mancasse il necessario. “E aveva sempre un pensiero per gli altri, anche quando avrebbe potuto pensare di più a lui stesso; si preoccupava che ci fosse sempre da mangiare per tutti – spiega Rossi – e contattava giornalmente mia moglie Barbara che si occupava del magazzino per capire quale prodotto mancava”.

Un’attenzione concreta, quotidiana, che sembrava innescare quella che lui stesso chiamava Provvidenza: “nell’arco di uno, due giorni la provvidenza agiva e quel prodotto arrivava grazie ai donatori stimolati e per le sue efficaci preghiere”.

La malattia come atto di amore

Nel ricordo di Fratel Biagio Conte non c’è retorica, ma una domanda che resta aperta: è possibile vivere anche la malattia come un atto di amore? La sua vita sembra rispondere di sì. In un tempo segnato da solitudini digitali, povertà educative e nuove dipendenze, la sua voce continua a parlare, soprattutto ai giovani, indicando una strada fatta di essenzialità, relazione e cura reciproca.

Fratel Biagio non ha lasciato solo una comunità, ma un metodo di umanità. Ed è forse questa la sua eredità più preziosa: ricordarci che anche nella fragilità estrema si può continuare a generare speranza.

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