Era il crepuscolo dell’8 maggio 2025 quando dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro si affacciò per la prima volta Robert Francis Prevost, mozzetta rossa e occhi umidi, a pronunciare la prima parola del suo pontificato: «La pace sia con tutti voi!». Dodici mesi dopo, quella parola — pace — è ancora la più frequente nei suoi discorsi, la più urgente nella sua agenda, la più sofferta nei suoi appelli. Leone XIV, 266° Successore di Pietro, primo Papa statunitense della storia, nato a Chicago con l’anima peruviana, compie oggi il primo anno sul Soglio petrino. È tempo di un bilancio.
Se c’è un’espressione che ha segnato questo primo anno è quella pronunciata già l’8 maggio 2025: una pace «disarmata e disarmante». Non retorica. Non diplomatica nel senso tecnico del termine. Una pace evangelica, quella di Leone XIV, che si è declinata in gesti concreti, appelli pubblici e — soprattutto — in un paziente lavoro «dietro le quinte», come lo stesso Pontefice ha confidato ai giornalisti in volo di ritorno dal Libano.
Gli appelli si sono moltiplicati lungo tutto l’anno: dal «Mai più la guerra!» del primo Regina Caeli alla denuncia, nella Messa delle Palme, dei «signori della guerra le cui mani grondano sangue», fino alle parole durissime della Veglia di preghiera dell’11 aprile contro chi sacrifica ogni valore sull’altare del potere. Parole che bruciano, nel senso migliore del termine: non lasciano indifferenti.
Ma la diplomazia pontificia si è mossa anche nei canali silenziosi: incontri con i rappresentanti di Hezbollah in Libano, colloqui con i presidenti palestinese Abbas e israeliano Herzog sull’urgenza del cessate il fuoco a Gaza e della soluzione dei due Stati, telefonate con leader di nazioni in guerra — incluso il presidente russo Putin, che con il predecessore Francesco non aveva mostrato alcuno spiraglio di dialogo. Leone ha persino offerto i Palazzi vaticani come sede di negoziati tra Russia e Ucraina, proposta accolta con entusiasmo da Zelensky — incontrato per tre volte, due a Castel Gandolfo — e con scetticismo da Mosca. Il tentativo resta aperto.
Il primo viaggio apostolico, tra fine novembre e i primi di dicembre, ha portato Leone XIV in Turchia e Libano. A Nicea, per le celebrazioni del 1700° anniversario del Concilio, e poi in un Libano sfinito da guerra, crisi economica ed emigrazioni di massa. Il momento che resterà impresso: il Papa in preghiera silenziosa davanti alla devastazione del porto di Beirut, teatro dell’esplosione del 2020. E poi l’abbraccio con quindicimila giovani libanesi a Bkerké: un’immagine di speranza difficile da spegnere.

Il secondo viaggio — il più lungo finora — ha attraversato Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale dal 13 al 23 aprile 2026. Un pellegrinaggio africano in mezzo a folle sterminate, piogge tropicali e caldo torrido, che ha detto con forza quello che la logica del mondo preferisce tacere: a che serve un continente ricco di petrolio e diamanti, come l’Angola, se il 50% della sua popolazione vive in povertà assoluta? Memorabile la visita alla prigione di Bata, in Guinea Equatoriale, dove il Papa ha parlato di giustizia «vera» — quella che corregge e risana, non quella che schiaccia — davanti a 630 detenuti sotto la pioggia.
In entrambi i viaggi, un tema costante: i giovani. La loro fame di futuro, il loro diritto a sognare, il loro protagonismo come unica risposta credibile alle derive dell’indifferenza.
Per chi legge Dusmet News, abituata a parlare di inclusione sociale come vocazione civile e cristiana insieme, le parole di Leone XIV sui migranti risuonano come un’eco familiare. Il Papa ha usato espressioni durissime: i migranti trattati «come spazzatura» nel discorso ai Movimenti Popolari, «come animali» nel volo di ritorno dalla Guinea Equatoriale. Parole volutamente forti, per scuotere coscienze anestetizzate.
Il 4 luglio Leone ha visitato Lampedusa — dove Francesco si recò nel 2013 in uno dei gesti fondativi del suo pontificato — e a giugno si recherà nelle Canarie, nell’ambito del viaggio in Spagna, per stare in mezzo al flusso di uomini e donne che da anni approda su quelle coste atlantiche. Non dichiarazioni: presenza. Non comunicati: prossimità.
Il 4 ottobre 2025, festa di San Francesco d’Assisi, Leone XIV ha firmato la sua prima esortazione apostolica: la Dilexi te. Un testo che porta le impronte del predecessore — fu Francesco ad avviarlo — ma che Leone ha rilanciato con la sua voce. Al centro: il servizio ai poveri, nel cui volto la Chiesa deve saper riconoscere «la sofferenza degli innocenti». Una denuncia lucida delle «strutture d’ingiustizia» da demolire, dell’economia che uccide, delle violenze sulle donne, della malnutrizione, dell’emergenza educativa globale.

Un documento che Dusmet News, nel suo impegno quotidiano per l’innovazione sociale, sente particolarmente vicino: perché ricorda che nessuna trasformazione tecnologica o istituzionale vale qualcosa se non parte dallo sguardo agli ultimi.
L’Anno Santo ha scandito molti mesi di questo primo pontificato. Leone ha ereditato da Francesco il Giubileo della Speranza e lo ha portato a compimento, chiudendo la Porta Santa di San Pietro il 6 gennaio 2026. Culmine dell’Anno Santo: il Giubileo dei Giovani, dal 28 luglio al 3 agosto, con oltre un milione di ragazzi e ragazze a Roma, la veglia e la Messa a Tor Vergata, le parole del Papa che invitavano a non accontentarsi della superficialità, a costruire legami autentici, ad aspirare alla santità.

Non sono mancate le sorprese: Leone è apparso in jeep in Via della Conciliazione per salutare la folla del Giubileo con un «Voi siete la luce del mondo!» che ha fatto il giro del mondo. E il 17 ottobre si è presentato a Ostia sulla nave Med25 Bel Espoir, con 25 ragazzi di diverse nazionalità e religioni a bordo: lui al timone, insieme a loro, i «marinai della pace».
Il cammino ecumenico ha avuto un momento storico il 23 ottobre, nella Cappella Sistina, con la celebrazione in presenza dei reali inglesi Carlo III e Camilla per lodare Dio Creatore. E il 27 aprile Leone ha ricevuto Sarah Mullally, prima donna arcivescovo di Canterbury nella storia della Chiesa anglicana, a sessant’anni dal primo dialogo teologico tra anglicani e cattolici.
Sul fronte interno, il Papa ha avviato riforme concrete: una nuova disciplina per gli investimenti vaticani, togliendo allo IOR l’esclusiva e introducendo la «responsabilità condivisa» con l’APSA; il nuovo Regolamento della Curia; l’apertura di Castel Gandolfo — riaperto dopo dodici anni — come residenza estiva, lasciando il Palazzo Pontificio come polo museale. E il primo Concistoro con i cardinali, a gennaio, dove la maggioranza ha indicato come priorità Sinodo e sinodalità ed Evangelizzazione nella lettura dell’Evangelii gaudium: un segnale chiaro di continuità con il magistero di Francesco.
Un anno di Leone XIV lascia alcune direttrici già leggibili. La centralità della missione evangelizzatrice, non come propaganda ma come servizio. L’attenzione alle periferie geografiche ed esistenziali — dai quartieri poveri del Camerun alle carceri della Guinea Equatoriale, dai giovani libanesi ai migranti delle Canarie. Una diplomazia attiva sui conflitti, condotta spesso in silenzio ma mai in neutralità. Un dialogo ecumenico che avanza con pazienza. E una libertà di parola — verso chiunque, inclusa la più potente amministrazione del mondo — che si radica non nell’orgoglio ma nel Vangelo.
Per la Fondazione Dusmet, che da sempre crede nella fede come lievito sociale e nell’inclusione come vocazione prima ancora che politica, il pontificato di Leone XIV si configura come un interlocutore prezioso. Non perché tutto sia semplice o lineare — i pontificati non lo sono mai — ma perché continua a porre le domande giuste: chi sono gli ultimi? Dove sono i ponti? Come si costruisce la pace quando i forti preferiscono la guerra?
Dodici mesi. Il capitolo è appena cominciato.