Portare la prevenzione e la previsione dentro la riabilitazione psichiatrica. È l’obiettivo di REID, il progetto di Camillo Luppoli e Giampaolo Marzetti candidato al Premio Dusmet 2026. L’idea è individuare in anticipo i fattori di rischio, le criticità e le possibili interferenze. Sono gli elementi che potrebbero rendere meno efficace un percorso di cura e riabilitazione. Il premio sarà assegnato mercoledì 28 ottobre a Catania.
La riabilitazione psichiatrica è un processo molto complesso. Entrano in gioco tante variabili. Sono cliniche, psicologiche, legate al comportamento, sociali e ambientali. Secondo i promotori, il successo di un intervento non dipende soltanto dalla correttezza del progetto terapeutico. Dipende anche dalla capacità di riconoscere e gestire in tempo le condizioni che possono ostacolarlo. Sono le condizioni che possono interrompere il percorso o impedire di raggiungere gli obiettivi fissati.
Per rispondere a questa esigenza è stato sviluppato un modello strutturato di valutazione del rischio psichiatrico. È pensato per aiutare i professionisti sanitari. Li supporta quando pianificano, gestiscono e seguono i progetti di riabilitazione.
La novità, spiegano i promotori, è il tentativo di superare una logica solo reattiva. Oggi spesso si interviene quando il problema si è già manifestato. Il modello adotta invece una prospettiva preventiva. Punta a individuare presto le condizioni che potrebbero far fallire l’intervento.
Il modello analizza con metodo i fattori che possono pesare sul percorso. Ne valuta le possibili interazioni e permette agli operatori di individuare le situazioni più vulnerabili. Così si possono preparare strategie su misura e introdurre correzioni. E si può adattare il progetto alle caratteristiche e ai bisogni della persona assistita.
Il principio di base è che il rischio va considerato anche come una condizione da conoscere, valutare e, per quanto possibile, anticipare. Non soltanto come un evento da affrontare.
L’obiettivo non è garantire che le criticità non si presentino. È ridurre la probabilità che compromettano il percorso terapeutico. Così migliorano la continuità della cura e l’appropriatezza degli interventi. E crescono le possibilità di risultati duraturi.
In questa prospettiva, secondo i promotori, il modello introduce un cambiamento importante. Non si limita a valutare l’esito di un progetto riabilitativo. Cerca di capirne prima le possibili cause di insuccesso. Così il professionista può intervenire prima che diventino ostacoli reali.
Lo scopo finale è una riabilitazione psichiatrica sempre più personalizzata, sicura e consapevole. Una riabilitazione che dia valore alle decisioni dell’équipe di specialisti. Al primo posto ci sono la persona, la sua vulnerabilità, le sue risorse e le sue possibilità di recupero.
In sintesi, si tratta di passare da una riabilitazione che gestisce le criticità a una che cerca di anticiparle. La valutazione del rischio diventa così uno strumento di prevenzione e di miglioramento della qualità dell’assistenza.
Per i promotori, il modello serve a cambiare il modo di valutare e gestire il rischio in questo campo. Si passa da un approccio di solito reattivo a un’analisi che gioca d’anticipo. Lo scopo è prevenire i problemi.
Il modello vuole ribaltare la prospettiva abituale. Propone un metodo per individuare i possibili fattori di rischio prima che diventino fatti. L’obiettivo non è più soltanto correggere le conseguenze di una criticità. È riconoscere in anticipo le condizioni che potrebbero causarla e intervenire per prevenirla.
Gli stessi promotori indicano un limite preciso. Questa capacità preventiva deve essere confermata da adeguate verifiche scientifiche. Se lo sarà, potrebbe rappresentare un passo avanti rilevante nella gestione del rischio psichiatrico. Soprattutto in un settore con bisogni così complessi. Qui la continuità e la personalizzazione degli interventi contano molto.
La vera novità, secondo i promotori, sta nel passare dall’analisi del fallimento alla prevenzione delle sue possibili cause. Non aspettare che un progetto riabilitativo incontri una difficoltà per capirne le ragioni. Cercare invece di identificare quelle ragioni prima che possano compromettere il percorso di cura.
REID è il nome dell’intelligenza artificiale sviluppata, spiegano i promotori, per questo progetto. La descrivono come una sorta di consulente digitale intelligente, che affianca in modo costante il professionista sanitario. Lo accompagna quando valuta, pianifica e gestisce il rischio.
Il suo compito è sfruttare una delle capacità più importanti dell’intelligenza artificiale. Sa elaborare, analizzare e collegare moltissime informazioni in pochissimo tempo. Mette così a disposizione dati e conoscenze che a una persona richiederebbero molto più tempo per essere consultati e approfonditi.
In un campo complesso come questo, ogni decisione deve tenere conto di molti fattori. Sono clinici, psicologici, legati al comportamento, alle relazioni e all’ambiente. Per questo, secondo i promotori, questa capacità è una risorsa importante per il lavoro quotidiano degli operatori.
Il valore aggiunto, però, sta soprattutto in un altro punto. REID può trasformare tante informazioni cliniche in conoscenze ordinate. Il professionista le può consultare con facilità e usare nel lavoro.
L’operatore sanitario può così disporre di un quadro più completo e aggiornato. Può valutare le diverse situazioni, riconoscere in tempo i segnali di vulnerabilità e prendere decisioni più consapevoli e personalizzate.
I promotori lo sottolineano: REID non nasce per sostituire il professionista sanitario, né per prendere da solo decisioni cliniche. È stato pensato per dare valore alle competenze, all’esperienza e alla responsabilità dell’operatore. Lo accompagna in tutte le fasi della valutazione.
L’intelligenza artificiale può elaborare informazioni, suggerire collegamenti, segnalare possibili criticità e proporre elementi di approfondimento. A interpretare queste indicazioni resta sempre il professionista. Lo fa in base alla sua esperienza, a ciò che sa del paziente e al contesto di cura.
Nasce così un modello di collaborazione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. La tecnologia rafforza la capacità di analisi e di prevenzione. Alla persona restano il giudizio, la responsabilità e la relazione terapeutica.
REID è tra i dodici progetti ammessi alla seconda edizione del Premio Dusmet, promosso dalla Fondazione Giuseppe Benedetto Dusmet. Il vincitore e le eventuali menzioni speciali saranno proclamati alle Ciminiere di Catania, durante Expomedicina.