L’artista che scolpisce l’intimità femminile nel marmo racconta a DusmetNews il valore della lentezza, della fragilità e della cura nell’epoca dell’intelligenza artificiale. «Per rendere eterno qualcosa non bisogna indurirlo. Bisogna amarlo lentamente».
C’è qualcosa di apparentemente contraddittorio nel lavoro di Benedicte Roland. Sceglie una delle materie più dure e resistenti che esistano, il marmo, per raccontare ciò che siamo abituati a considerare fragile: il corpo, l’intimità, la memoria, la vulnerabilità femminile. Ma è proprio dentro questa contraddizione che si trova forse la chiave del suo lavoro. «Ho scelto il marmo perché ho bisogno di una materia che resista al tempo, che dimostri che le donne hanno una forza che dura nel tempo», racconta Roland intervistata da DusmetNews. «Non vogliamo più soltanto un’idea. Vogliamo una presenza, una materia che resti. Il marmo è l’anti-obsolescenza». È una parola insolita, anti-obsolescenza, applicata all’arte. Eppure acquista un significato particolare nel nostro tempo, dominato dalla velocità, dalla produzione incessante di immagini, dall’intelligenza artificiale e da contenuti che possono nascere e scomparire nello spazio di pochi secondi. Roland fa esattamente il contrario. Per realizzare un ricamo nel marmo può impiegare tre mesi.

«In un mondo di intelligenza artificiale, stampa 3D e immagini create in due secondi, il lavoro manuale lento è l’unica cosa che non si può contraffare o copiare. È un antidoto». Non è nostalgia per un mondo precedente alla tecnologia. È piuttosto una domanda sul valore del tempo umano. Nel marmo di Roland rimangono le ore trascorse a lavorarlo, la fatica, gli errori, il movimento delle mani. Rimane, come dice lei stessa, «la prova che una mano di donna ha toccato quella pietra». E allora la lentezza smette di essere inefficienza. Diventa parte dell’opera. «Tutti corrono. Io impiego tre mesi per un ricamo di marmo. Il mio tempo lento obbliga chi guarda a rallentare. E rallentare, oggi, è curarsi». È probabilmente uno dei passaggi più significativi della sua riflessione. Perché sposta il discorso dall’arte alla vita quotidiana. Viviamo in una società nella quale quasi tutto viene misurato attraverso la velocità: produrre più rapidamente, comunicare immediatamente, ottenere una risposta, ridurre l’attesa. Roland sceglie invece una materia che non permette scorciatoie. Il marmo impone il proprio tempo.
C’è un’altra parola che ricorre nel racconto dell’artista: ascoltare. «Non si domina il marmo. Mai. Se cerchi di dominarlo, si spezza. Devi ascoltarlo». Prima di iniziare una scultura, Roland passa le mani sul blocco, ne cerca le differenze, le tensioni, i punti di resistenza. La relazione con la materia precede il gesto. «Il mio maestro mi ha insegnato che, se lo ascolti, è il marmo che ti addomestica, non il contrario». In questa relazione tra forza e ascolto c’è qualcosa che supera la tecnica artistica. È quasi una piccola antropologia della cura. Curare significa infatti intervenire, ma significa prima ancora riconoscere che abbiamo davanti qualcosa — o qualcuno — che non può essere semplicemente dominato. La stessa Roland stabilisce un legame diretto tra arte e cura. «Per me hanno la stessa matrice: la mano. La mano che cura è la mano che accarezza, che fascia, che sostiene. La mano che scolpisce è la stessa. Per mesi la mia mano accarezza il marmo fino a farlo diventare pelle».
Il marmo possiede però una caratteristica radicale: non permette di tornare indietro. Un colpo sbagliato può compromettere settimane di lavoro. A Roland è accaduto di scoprire una fessura dopo un centinaio di ore trascorse su una scultura e di essere costretta a ricominciare con un altro blocco. «Gli errori o una falsa manovra fanno parte integrante del lavoro. Bisogna accettare di poter trovare una fessura, accettare un gesto sbagliato, un minuto di disattenzione e avere la motivazione per ricominciare». La scultura diventa così anche un esercizio sul limite. Non tutto è correggibile. Non tutto può essere riportato alla condizione precedente. Ci sono gesti che producono conseguenze e situazioni nelle quali l’unica possibilità è ripartire. «Come nella vita. Le ferite rimangono. Ma puoi trasformarle, dare loro una forma nuova. Il tuo errore diventa parte integrante della bellezza». In un’epoca tecnologica costruita anche intorno alla possibilità di cancellare, modificare, rigenerare e riprovare, l’irreversibilità del marmo ci ricorda una caratteristica profondamente umana: vivere significa anche assumersi la responsabilità delle proprie azioni e fare i conti con il limite.
Al centro dell’opera di Roland c’è soprattutto il corpo femminile. Non il corpo inteso come modello estetico da contemplare, ma come luogo nel quale si depositano esperienza, memoria, gioia e vulnerabilità. «Non è più un corpo guardato. È un corpo vissuto. Non è più un corpo giudicato. È un corpo raccontato dall’interno». Anche qui il marmo crea un cortocircuito. Per secoli è stato il materiale attraverso cui la tradizione artistica ha consegnato alla storia una rappresentazione ideale del corpo. Roland entra consapevolmente dentro quella tradizione, ma cambia lo sguardo. «Non scolpisco “la donna”, non scolpisco il corpo come forma ideale, ma come luogo della memoria». E quando scolpisce la biancheria intima femminile nella pietra, l’oggetto apparentemente più delicato, privato ed effimero acquista improvvisamente peso e permanenza. Un merletto che nella realtà potrebbe strapparsi con un dito viene trasformato in qualcosa capace di attraversare i secoli. La fragilità diventa monumentale.
Per Roland l’arte non può essere separata dalla responsabilità dell’artista. «L’arte non cura il corpo, ma cura lo sguardo che abbiamo sul nostro corpo. Lo stesso vale per il mondo». È una distinzione importante. L’arte non sostituisce la medicina e non elimina materialmente la sofferenza. Può però modificare il modo in cui guardiamo noi stessi, gli altri, la vulnerabilità e persino le nostre ferite. Per questo Roland dice di non cercare lo stupore come obiettivo principale: «L’arte che faccio non vuole sbalordire. Vuole curare». La sua riflessione tocca anche la pressione esercitata sul corpo femminile da una cultura dell’immagine che tende a cancellarne imperfezioni, età e storia. «Viviamo in un mondo che ci dice che il corpo femminile deve essere perfetto, liscio, senza storia. Questo fa male». Il suo marmo procede nella direzione opposta: non cancella la storia, cerca di custodirla.
Ed è forse qui che il lavoro di Benedicte Roland diventa particolarmente interessante oltre i confini dell’arte. Mentre l’intelligenza artificiale ci costringe a ridefinire continuamente il confine tra ciò che può essere prodotto dall’uomo e ciò che può essere generato da una macchina, Roland sembra proporre una risposta molto semplice: guardare non soltanto al risultato, ma al processo. Al tempo impiegato. Alla relazione con la materia. All’errore. Alla fatica. All’ascolto. Alla responsabilità del gesto. Alla cura. «Una macchina può fare tutto, tranne lasciare una traccia umana». È un’affermazione radicale, forse persino provocatoria. Ma pone una domanda che riguarda ormai tutti noi: se la tecnologia può produrre sempre più cose al nostro posto, dove riconosceremo il valore specificamente umano? Roland sembra cercarlo nella relazione. Tra una mano e una pietra. Tra un corpo e la propria memoria. Tra la fragilità e la forza. E soprattutto nel tempo che decidiamo di dedicare a qualcosa o a qualcuno. Dopo tanti anni trascorsi davanti a una materia destinata probabilmente a sopravviverle, Roland dice di aver imparato proprio questo: «Il marmo mi ha insegnato che per rendere eterno qualcosa non bisogna indurirlo. Bisogna amarlo lentamente». Forse è una lezione che riguarda molto più del marmo.
La mostra personale dell’artista Benedicte Roland sarà accessibile al pubblico dal 9 al 23 ottobre alla Galleria Monogramma Arte Contemporanea di Roma, in Via Margotta 102 e dal 13 novembre fino 4 dicembre presso l’Istituto Francese di Napoli.
